Note di Regia
“L’uomo dal fiore in bocca” è tratto dalla novella “Caffè notturno” e scritto da Pirandello nel 1923. Rappresentato nello stesso anno in prima nazionale a Roma riscuote subito grande consenso di pubblico e di critica e diviene presto un successo internazionale. Ancora oggi la sua fortuna non conosce flessioni, le rappresentazioni si moltiplicano e da tutti gli addetti ai lavori è considerato come uno degli atti unici più riusciti della drammaturgia mondiale.
Ho sempre avuto una naturale confidenza e provato un piacere profondo nell’affrontare questo personaggio. L’amara parabola del protagonista pirandelliano mi ha affascinato e rapito fin dalla prima distratta lettura. Forse, nel mio inconscio, attribuisco alla rappresentazione di quest’uomo colpito nel proprio destino da un colpo fatale ed ineluttabile, una forza esorcizzante.
Sicuramente avverto che questo brano, affrontando un tema triste e per certi versi quasi scabroso come la morte, sia pieno del suo controsenso, in altre parole di una grande voglia di vivere; e forse è proprio questo che mi piace tanto raccontare. Il gusto della vita, in tutta la sua forza esplosiva, nelle piccole cose di tutti i giorni, quelle di cui non ci accorgiamo, compresi come siamo di inutili sciocchezze, di tante stupide illusioni, insulse occupazioni…Questo credo sia il monito lasciatoci in eredità dall’autore siciliano.
Ed infine il piacere quasi fisico nel pronunciare la parola pirandelliana, così unica fin dalla sua costruzione sintattica, una parola naturalistica e poetica al tempo stesso, una parola che sprigiona una forza evocativa assoluta, esempio singolare nel teatro di tutti i tempi. Il dialogo fra l’uomo e l’avventore fa intuire sottilmente una drammaticità tanto profonda poiché non svelata ma solo intuibile. La tensione drammatica non riguarda tanto l’esito del dialogo quanto il suo svolgimento, e la situazione procede secondo la dialettica del paradosso nella migliore tradizione pirandelliana. Un mirabile apologo sul piacere della vita e sulla paura di perderla.
Federico Grassi
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