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lunedì 6 febbraio 2012
 
 

 

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Note di Regia

 

Sono innumerevoli le metamorfosi cui i miti classici, dall’antichità fino ai nostri giorni, sono andati soggetti fra racconto, immagini e interpretazione. Il mito infatti non è mai esaurito, c’è sempre un’altra versione da leggere, il mito non è mai concluso, c’è sempre un’altra versione da scrivere.

Il mito non interpreta la realtà né la descrive ma, piuttosto, la rappresenta e, attraverso le caratteristiche tipiche o simboliche delle figure che in esso agiscono e degli elementi narrativi che lo compongono, la rende riconoscibile alla comunità che condivide il racconto.

Il mito di Edipo è uno dei più ricchi e complessi della mitologia occidentale; è noto dalle versioni che ne diedero i tragediografi greci, innanzi tutto Sofocle (la cui opera Edipo re era considerata da Aristotele l'esempio perfetto di tragedia), ma anche Euripide e probabilmente Eschilo. Fu ripreso dal teatro occidentale, da Seneca a Corneille, da Voltaire a Hofmannsthal, da Gide a Cocteau (che ne trasse anche un libretto d'opera musicato da Stravinskij), alla trasposizione cinematografica di Pasolini. Numerose sono poi le rappresentazioni del mito di Edipo nelle arti figurative, e famosissima è la rielaborazione in chiave psicoanalitica che ne fece Sigmund Freud.

 

Tutto accadde su una strada. Su una strada un bambino fu abbandonato a morire; su una strada l’omicida fu sfidato da un corpo di leone e testa di donna a risolvere un enigma: l’uomo vinse e divenne re. Su una strada, anzi su molte strade, lo stesso uomo, oramai in rovina, trascinò i suoi passi, cieco, con la sola compagnia del suo bastone. La strada, che tante volte ricompare nel mito di Edipo, non è solo una metafora della vita, ma anche il simbolo del tempo che procede e dell’identità che si trasforma pur rimanendo una. Un uomo è se stesso eppure è sempre diverso.

 

Ho deciso di affrontare il mito di Edipo e di proporne, mi auguro, una rilettura classica e moderna al tempo stesso. La classicità è costituita dal ritorno alla cristallizzazione del mito, dallo spogliare la storia dei retaggi freudiani del novecento, di ogni sovrastruttura del pensiero, per ricavarne l’essenza e concentrarci sulla struttura fondamentale del pensiero e fare di Edipo re la tragedia della conoscenza, la storia tragica di un uomo che cerca di conoscere la sua origine, la sua identità. La modernità è costituita invece dal trattare la storia come un vero e proprio plot narrativo, denso di trame gialle, di thrilling (nessuno più, nemmeno a Hollywood, ha scritto una sceneggiatura più bella), e di restituire la maggiore umanità possibile alla sacralità ormai millenaria del testo sofocleo: fare agire sulla scena uomini e donne, in carne ed ossa, in cui ognuno di noi possa riconoscersi ancora oggi; un testo poco declamato e molto detto. Desideravo infine sottolineare l’ineluttabilità della tragedia ed ho scelto così di cominciare dalla fine, dall’ultima battuta del testo di Sofocle, che ho attribuito arbitrariamente in una specie di prologo ad una zingara dei nostri giorni.

 

Federico Grassi

 

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