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L’INQUILINO

Un tavolo, alcune sedie, un gruppo di persone convinte di essere lì soltanto per prendere una decisione. “L’inquilino” comincia come potrebbe cominciare una qualunque riunione di condominio: osservazioni ragionevoli, piccole insofferenze, qualche tensione e la certezza che, alla fine, basterà votare. Poi arriva una notizia. Nel palazzo sta per trasferirsi un nuovo inquilino. Nessuno dei presenti lo conosce davvero, eppure poche informazioni sono sufficienti perché la sua figura cominci a riempire la stanza.

Le parole cambiano peso. La prudenza diventa sospetto, il buon senso si presta al pregiudizio, il desiderio legittimo di sentirsi al sicuro scivola lentamente nella volontà di escludere. Ciascuno cerca di difendere la propria posizione e, nel farlo, finisce per rivelare molto più di quanto vorrebbe: paure, contraddizioni, fragilità, interessi personali. La discussione si fa sempre più accesa, ma l’uomo di cui tutti parlano continua a non esserci. È proprio la sua assenza, paradossalmente, a diventare la presenza più ingombrante della serata.

Tra ironia, tensione e progressivi rovesciamenti, una situazione ordinaria si trasforma così in un piccolo esperimento sulla convivenza e sui suoi limiti. Chi stabilisce che cosa sia davvero pericoloso? Quanto di ciò che chiamiamo prudenza nasce dalla paura di quello che non conosciamo? E cosa accade quando una maggioranza, forte dei propri numeri e delle proprie buone ragioni, decide del destino di qualcuno che non può neppure difendersi?

“L’inquilino” osserva senza indulgenza, ma anche con humour, il momento preciso in cui persone assolutamente comuni possono trasformarsi in giudici. E lascia affiorare un dubbio: forse il vero estraneo non è necessariamente colui che deve ancora entrare dalla porta. Forse, qualche volta, dovremmo guardare meglio chi è già seduto attorno al tavolo.